Il Mulino del Principe

Il Mulino del Principe e la Famiglia Carafa

• I possessori del mulino

 1208295726_foto-del-mulino-prima-del-c.jpgNella fase di ricerca di notizie ed informazioni ci siamo imbattuti in vari documenti di importanza storica che riteniamo opportuno mostrare al fine di dare impulso a più approfondite ricerche, permettere delle riflessioni sull’importanza di conservare la nostra cultura, la storia e le tradizioni, mostrare con documenti la storia del mulino. (Foto Mulino prima del crollo dell’ ingresso, di Gianvittorio Mucciolo 1982) A causa di amministrazioni passate, insensibili e incuranti del patrimonio documentaristico presenti negli archivi comunali, non possiamo attingere alle carte del 1776 presenti nell’ Archivio Municipale all’ epoca del libro (1924) di Mons.Venturiello sotto il nome di “Libro ove si scrivono i parlamenti di questa mag.ca Università …. Principiati nell’ anno del Sindacato del Mag.co Giuseppe Tosi nel 1776”; oggi il libro più antico presente nell’ Archivio Municipale risale al 1912. L’ edificio mulino situato in Loc. Isca del Mulino di Castel San Lorenzo ed identificato alla Particella 93 del Foglio 6 del Catasto Terreni del suddetto Comune, raggiungibile attraverso la Strada Comunale Mulino del Principe, è appartenuto alla famiglia Carafa come fa intuire la toponomastica del luogo. L’ immobile è di proprietà del Comune che con richiesta di finanziamento al Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano nel 2005 ha proceduto all’acquisto e al restauro dell’ immobile. (Foto Lavori di Recupero edifici pubblici casolari e mulini lungo il fiume Calore Febbraio 2006). Il Comune ha acquistato l’immobile dalla Famiglia Pesce che a sua volta l’acquistò dai Carafa come chiaramente prova l’Atto di Compera-Vendita del 1901 del Notar Giuliani di Felitto. Nell’atto di acquisto, ricco di dati storici, viene spiegato il motivo per cui i Carafa vendettero il mulino: ”Che, per quanto di niuna utilità è pel costituito Signor Principe Carafa il ritenere il predetto molino, perché fuori servizio, e per riattivarlo sarebbe occorsa non lieve spesa, tanto di sensibile vantaggio sarebbe per gli altri costituiti Pesce e Capozzoli di farlo proprio” e che all’epoca dell’acquisto vi erano impiantati due macchinari mulino detti palmenti “vende agli altri costituiti …, di buona fede acquirenti, il sopra descritto e confinato mulino a due palmenti, consistente nel fabbricato, agrario adiacente, macine e con tutti gli altri attrezzi relativi, e nello stato come trovatasi all’ epoca in cui se ne progettò la vendita, cioè nel Dicembre millenovecento”. Nei fogli di mezzo del Catasto Provvisorio dei terreni detto anche Catasto Murattiano del restauro.jpgComune di Castel San Lorenzo , “il mulino 2” era di proprietà del Principe Pietro Carafa all’impianto del Catasto tra il 1812 ed 1825. Nella parte finale del primo volume del Catasto Provvisorio di Castel San Lorenzo, come in ogni comune, è possibile sapere quanti mulini erano presenti nel 1800 nell’ Università di San Lorenzo; un buon punto d’inizio per una ricerca su i mulini antichi e per un azione integrata di recupero in modo da creare punti tematici e di sosta in itinerari turistici nel nostro territorio. Il mulino durante questo periodo fu oggetto di cause infatti come si evince dallo stralcio foglio Catasto Provvisorio Terreni del Principe Pietro Carafa, il bene passò ad altri proprietari ed a seguito di sentenze ritornò di nuovo al principe con maggiore pertinenze e con una maggiore rendita; . Nel 1869, dopo l’unità d’Italia, il bene immobile mulino viene registrato nel Vecchio Catasto Fabbricato. A causa dello smarrimento del volume, che avrebbe dovuto riportare il passaggio dell’ immobile al Vecchio Catasto Fabbricato e successivamente al nipote Principe Luigi Carafa, perdiamo le sue tracce per un certo periodo fino al 1901 dove compare nel foglio del Vecchio Catasto Fabbricato intestato a Pesce Luigi;  L’attuale particella 93 foglio 6 del Catasto Terreni, come si evince dal registro delle partite del Nuovo Catasto Terreni, è stata caricata dalla Partita 2388 del Vecchio Catasto Fabbricato ( questo lo si deduce dal fatto che i numeri sono scritti in rosso) intestata a Pesce Luigi, e che a sua volta è stata caricata dalla partita n. 1350 del Vecchio Catasto Fabbricati registrata all’ impianto e contenuta nel volume smarrito. Lo smarrimento del Volume del Vecchio Catasto Fabbricato che contiene la partita n° 1350 intestata o al Principe Carafa Pietro o a Luigi costituisce una grossa perdita per la comunità in quanto in esso sono annotati tutti i fabbricati appartenuti ai Carafa in Castel San Lorenzo. Inoltre nell’atto di vendita del mulino si dice che l’ immobile è registrato alla Partita 676 (Art.) del Vecchio Catasto Fabbricati, partita intestata probabilmente al Sig. Francesco Carafa ultimo Principe di Castel San Lorenzo. Speriamo che gli enti pubblici o altri studiosi riescano a trovare il volume smarrito. Tra le carte sui censi e gli inventari dei beni della Famiglia Carafa custodite negli Archivi di Stato di Napoli, troviamo menzione del mulino, tali carte oltre a dimostrarne l’ età ne dimostrano anche la consistenza. Non sappiamo con precisione la data di costruzione del mulino lungo il Fiume Calore, tuttavia, come si vedrà successivamente, sappiamo che nel luogo ove si trova l’attuale mulino, ne esisteva un altro molto antico che fu ricostruito interamente nel 1811 Il documento più antico che parla del mulino a Castel San Lorenzo risale al 1579 “ Contratto – La Costruzione del Mulino nel Feudo di S.Lorenzo” e viene interamente riportato in appendice. Il testo è scritto in latino e insieme al lavoro (raccolta storica il Mulino del principe e la famiglia Carafa), è conservato nel mulino, sperando che qualche letterato provveda alla traduzione ed alla pubblicazione. In una bozza, stesa di getto nel 1811, sulle proprietà del 6° Principe Pietro Alvaro Della Quadra  si legge: ” mulino antico, ma interamente costruito” pertanto possiamo dedurre che il mulino è stato interamente costruito prima del 1811 e che in loco era preesistente un mulino all’epoca definito antico. 

Per maggiori approfondimenti si veda la relazione storica
Il mulino del Principe e la famiglia Carafa  

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• Storia del mulino dal 1900 fino ai giorni nostri.

Il mulino dopo l’acquisto del 1901 venne ristrutturato dai nuovi proprietari e vennero rimessi in funzione i due palmenti appartenuti al principe. Successivamente, il mulino venne affittato a Don Nicola Falcone il quale effettuò delle modifiche per impiantarvi una centrale elettrica. 1208295846_atto 1579.jpgFece costruire la cabina elettrica (attuale torretta), allungo la sala principale, rifece la copertura a falde con tabelloni di laterizio cementati e intonacò le pareti interne. La zona ove erano i palmenti ed il piano interrato costituito dalle gallerie rimase come era originariamente. Le finestre e il portone (in legno) erano di una maestria unica, tanto che il Sig. Antonio Pesce si è spinto a dire che “ Il mulino sembrava una chiesa tanto che era bello” Durante i lavori di ammodernamento dell’immobile, fu ampliata una delle vasche di carico dell’acqua, e all’ interno di essa venne calata la turbina che alimentava le dinamo. Per mezzo della centrale elettrica per la prima volta venne data la “luce” a Castel San Lorenzo. Infatti Angelo Venturiello nella riedizione del libro “Castel San Lorenzo nella sua Storia Civile e Religiosa” del 1975 scriveva “Castel San Lorenzo fu uno dei primi paesi, con Roccadaspide ad avere l’illuminazione elettrica (1910) costruendo una piccola centrale idroelettrica sul Calore, sul posto dove esisteva un mulino del Principe” , oggi sulla sommità della torretta, si vede un allaccio per fili elettrici. La vecchia linea dell’ elettricità, costruita con pali di legno passava per la via del cimitero e arrivava fino al fiume. La cabina elettrica del paese era situata nella torretta del mulino. La corrente elettrica veniva data solo di sera a partire dalle 18.00. L’addetto Sig. Pasquale Pacifico (padre del Sig. Mario Pacifico), puntualmente ogni giorno si recava sul fiume e dava la corrente al paese. Successivamente la cabina fu spostata nell’ attuale Casa Canonica adiacente alla Chiesa di San Cosma e Damiano. La centrale nel 1929 cessò di funzionare forse per lo scarso rendimento; Don Nicola Falcone lasciò l’ immobile e il Sig. Luigi Pesce vi impiantò di nuovo due palmenti per la macina del grano. Il mugnaio all’ epoca era il Sig. Giovanni D’Agostino detto “taurone”. Nel 1934 il Sig. Antonio Pesce, per non aver voluto proseguire gli studi, fu obbligato a lavorare nel mulino. Seppe fare tesoro della punizione impartitagli dal padre e, ripristinati i macchinari, lo fece diventare il più efficiente della Valle del Calore dal 1929 al 1950. Al mulino venivano a macinare il grano anche i contadini dei paesi limitrofi.

• I palmenti

 I mulini erano due come più volte ripetuto ed erano posti una affianco all’ altro, questa tesi è avvalorata dal fatto che le vasche sono due e le lamie dove si trovano le ruote idrauliche( non ancora rinvenute) sono altrettanto due. Ogni mulino appoggiava su una base di legno di quercia alta 50 cm dal pavimento e larga 2-3 metri, sulla quale erano poggiate le due macine. Quella inferiore era fissa, invece quella superiore ruotava in quanto era solidale all’ asse motore che a sua volta era solidale alla ruota idraulica posta al piano inferiore. Il grano macinato tramite il “boccale” non cadeva direttamente nel sacco, ma cadeva in un “matrale” ovvero in uno spazio a quota pavimento dove con delle palette di legno si raccoglieva il macinato. Le donne si sedevano a terra e raccoglievano il macinato mentre gli anziani incaricavano un giovanotto chiamato “cerca farina” che faceva il lavoro per loro in cambio di mezza paletta di macinato. Le donne, portando i s1208295805_funzionamento mulino.jpgacchi di macinato sulla testa, salivano in paese, cernevano il macinato, preparavano il forno e facevano il pane; in quasi tutte le abitazioni di Castel San Lorenzo era presente il forno. Nel mulino non veniva macinato solo grano ma anche granone, fave, orzo e ceci. Le macine erano ricoperte dai copri macina a forma di tinello rovesciato, questo, come si vede in figura, era una versione rudimentale dei più recenti copri macine dei mulini azionati a motore elettrici, di cui oggi ne possiamo vedere uno esempio in via Luigi Salerno, dove ci sono due vecchi mulini: uno a palmenti (con le macine) con motore elettrico l’ altro a cilindro. Nel 1950 le condizioni socio – economiche e le nuove opportunità tecnologiche spinsero il Sig. Antonio Pesce ad acquistare un nuovo mulino con motore elettrico ed ad impiantarlo nel centro urbano, successivamente nel 1956 acquistò quello a cilindro che ha funzionato fino al 1996 e dava come prodotto finale la farina invece del macinato. Fig. La cassa contenente le due macine,con palmento fisso e mobile; su quest’ultimo, si nota un foro centrale (bocca) attraverso cui cade il grano da macinare proveniente dalla tramoggia Quando il palmento mobile si appoggia a quello fisso e si mette in moto, si ottiene lo sgretolamento del chicco; la farina scende attraverso le scanalature fuoriuscendo all’interno della cassa. Ritornando al mulino del principe, bisogna dire che le torri d’acqua, a perfetta tenuta, hanno forma circolare; esse furono costruite al tempo dei principi e sono costituite da grossi massi di pietra squadrata e lavorate a scalpello. Le torri si restringono ad imbuto, ed all’estremità di esse, dalla parte delle gallerie (lamie) vi è infilata la “Cannedda”. La Cannedda era il tubo che convogliava l’acqua ad alta pressione verso le palette della ruota idraulica. Con un fuso posto vicino alle macine, al piano superiore, era possibile alzare ed abbassare la cannedda e quindi, per fermare il mulino bastava alzare la cannedda e dirigere il getto d’ acqua al di sopra della ruota. Le ruote idrauliche dei due mulini erano poste in due gallerie separate . Fig. Prospetto nord rappresentante come doveva essere l’ edificio mulino Ogni ruota idraulica era solidale all’ asse motore, il quale poggiava tramite una punta di acciaio detto “rospa” su una trave stabilizzante detta longarone.

• Il canale

Il canale era abbastanza grande, vedasi stralcio catastale, aveva una sezione 1m X 2m era lungo 850 m. L’ opera di presa del canale era costituita da una palificata che sbarrava l’ intero fiume Calore, situata in loc.tà Varca Taverna a monte della confluenza del fiume Fasanella con il fiume Calore detta “ r’ Iiungitore”. L’ opera di presa del canale era costituito da uno sbarramento che raccoglieva tutta l’ acqua del fiume. La palizzata (“La palata”), composta da due fila di pali di legno parallele riempite di pietra, garantiva una perfetta tenuta. L’altezza dello sbarramento doveva essere ben progettato tale da permettere lo sfioro dell’ acqua in eccesso, anche se durante le piene si provvedeva tempestivamente a chiudere il primo portellone. Questo, posto all’inizio del canale, veniva chiuso anche durante i lavori di manutenzione e di pulizia il quale veniva fatto periodicamente ogni tre mesi e richiedeva l’ impiego di una ventina di persone. In prossimità del mulino vi era una diramazione del canale, una linea proseguiva per le vasche e l’ altra andava direttamente al fiume. All’imbocco di quest’ultimo canale vi era una seconda saracinesca che, combinata con una soglia, permetteva di deviare l’acqua al fiume senza che andasse al mulino. Infine vi erano altri due portelloni in prossimità delle due vasche. Dopo la cessazione dell’attività l’immobile mulino, rimasto incustodito, fu soggetto a furti, vennero rubati i macchinari e gli infissi; inoltre, abbandonato alle azioni esterne e senza manutenzione, ha subito un notevole degrado fino al crollo della copertura e parti della muratura; Il canale, per buona parte della sua lunghezza è sommerso di terra, ed in prossimità del nuovo Ponte Calore è andato completamente distrutto a causa della costruzione delle opere di fondazione del nuovo ponte.

• Vita quotidiana del mulino

 Oggi il Sig. Antonio Pesce, nato 1920, figlio del fu Luigi ci racconta con nostalgia la vita trascorsa al mulino ove, in riva al fiume tra la natura e il verde, si lavorava ininterrottamente giorno e notte; erano concesse solo brevi soste nelle quali si ci riposava nella torretta sopra dei letti di stuoia di granturco e si pranzava all’ aperto apparecchiando sopra vecchie macine consumate ed allestite a tavolino. Con soddisfazione ci racconta quando tutto bianco di farina, quasi a sembrar un angelo, accoglieva la gente che andava a macinare il grano; erano, per la maggior parte, dei contadini provenienti dai comuni limitrofi, i quali caricato il grano sopra i propri asini e carretti, lo portavano a macinare. Ancora oggi ricorda con ammirazione i gesti di quei contadini che per vivere dovevano fare enormi sacrifici. Molte madri di famiglia portavano il grano in sacchi caricati sulla testa, giunte al mulino facevano macinare il grano e riposto il grano macinato nei sacchi, ripartivano per le proprie abitazioni; tornate a casa separavano la farina dalla crusca, impastavano il pane e preparavano il forno. Il Sig. Antonio, nonostante la sua età, ricorda con lucidità ogni angolo e arredamento del vecchio mulino; durante una sua visita al vecchio mulino, effettuata durante i lavori di recupero, è emerso un particolare che ha portato ad una variazione dei lavori in atto: al disotto dell’ attuale piano campagna, sommerse dal fango, ci sono le LAMIE RU ‘NFIERNO ( lamie dell’ inferno) sono due gallerie ispezionabili dove erano poste le ruote idrauliche . In queste gallerie 1206982316_mulino lato nord.jpgla pressione dell’acqua sbattendo sulle pale della ruota idraulica faceva girare gli ingranaggi, il tutto avveniva come nell’inferno. Si riporta uno schizzo di come doveva essere il funzionamento del mulino dal 1929 al 1950: Ricorda i sentieri che portavano al paese, il suono della campana per avvertire che il grano accumulato era stato smaltito e che nuovo grano poteva essere macinato; ricorda quando venivano chiuse le saracinesche del canale di adduzione dell’acqua e rimanevano sul fondo del canale prosciugato secchi e secchi di anguille; ricorda quando trasportarono le macine al mulino, ricavate da pietre della Tempa presso la “Batissa” e lavorate da scalpellini di Roccadaspide. Per trasportarle occorsero una ventina di uomini ed un congegno a forma di scala ma con assi robustissimi, che permetteva di tenere la pietra in posizione verticale e di farla rotolare. Durante l’ultima guerra venne istituita la Tessera Alimentare, che recava i quantitativi di grano che si potevano macinare; tuttavia questi quantitativi erano insufficienti per il fabbisogno alimentare delle famiglie, per questo il Sig. Antonio permetteva alle persone di macinare maggiori quantitativi anche se illegalmente. Quando si verificavano le ispezioni della Guardia di Finanza, egli era costretto, insieme ai collaboratori, a chiudere il mulino e a scappare nei campi. Con soddisfazione ci narra che, fortunatamente, non vennero mai presi grazie anche all’aiuto dei contadini (rete di informatori) che lo avvisavano quando vedevano scendere a piedi i finanzieri . Il mulino del principe è stato l’opificio più importante dell’economia del paese fino al 1950. Successivamente, con la possibilità dell’utilizzo del motore elettrico, furono impiantati dei mulini con forza motrice elettrica e parte superiore identica a quello del mulino ad acqua, ovvero i palmenti non vennero cambiati fino al introduzione del più moderno mulino a cilindro.

• Altri mulini a palmenti esistiti/esistenti sul territorio

Oltre al Mulino del Principe sono presenti sul territorio di Castel San Lorenzo altri mulini a palmenti, che andrebbero restaurati e inseriti come punti tematici in una rete di percorsi turistici nel Comune di Castel San Lorenzo. 1) Mulino della Madonna della Stella, appartenuto probabilmente anch’esso ai principi; nei tempi recenti è stato della Famiglia Pesce e Accarino. 2) Mulino sul Vallone Pulcino, appartenuto alla Famiglia Pesce; la caratteristica di questo mulino era la sua grossa vasca ad invaso lunga più di trenta metri. 3) Mulino sul Vallone Lumugno, appartenuto ai Chiorazzi 4) Mulino con motore elettrico, presso la Casa Guarino 5) Mulino con motore elettrico di Antonio Pesce, e situato in Via Luigi Salerno 6) Altri mulini di dimensioni più modeste sparsi per le campagne.

Il mulino dopo il Reastauro

Interno notte

 GALLERIA IMMAGINI

Il racconto del mugnaio il Sig. Antonio Pesce che ha permesso il ritrovamento delle gallerie e delle torri durante i lavori di restauro

ALCUNI VIDEO




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